Agnès Picot — Redazione NextAbilityAggiornato:

Assistente all'autonomia e alla comunicazione: chi è, cosa fa, come collaborare

Assistente all'autonomia e alla comunicazione (ASACOM): ruolo, differenze con il sostegno e come costruire una collaborazione efficace in classe.

assistenteASACOMfigure educative
Illustrazione: Assistente all'autonomia e alla comunicazione: chi è, cosa fa, come collaborare

In sintesi

  • L’ASACOM e una figura professionale inviata dall’ente locale che lavora su comunicazione, autonomia personale e socializzazione dell’alunno con disabilita.
  • Non e un insegnante di sostegno: il sostegno insegna, l’assistente rende possibile imparare.
  • Partecipa al GLO e alla stesura del PEI come membro a pieno titolo per la parte di autonomia e comunicazione.
  • La collaborazione efficace si costruisce con il triangolo insegnante curricolare, sostegno e assistente, coordinati quotidianamente.

L’assistente all’autonomia e alla comunicazione (ASACOM) è una figura professionale prevista dall’art. 13 della legge 104/1992, inviata dall’ente locale, che affianca l’alunno con disabilità per favorirne l’autonomia personale, la comunicazione e la partecipazione alla vita scolastica. Non è l’insegnante di sostegno, non è un accompagnatore e non sostituisce nessuna altra figura: ha un ruolo proprio, spesso poco conosciuto anche all’interno della scuola stessa.

Sono le otto e venti di un lunedì di ottobre. In una seconda media del sud Italia, Sara entra in classe con un tablet sotto il braccio e uno zaino pieno di pittogrammi plastificati. Non è l’insegnante di sostegno — quella arriverà tra mezz’ora. Non è una tirocinante. Sara è l’assistente all’autonomia e alla comunicazione di Luca, un ragazzo di tredici anni con disturbo dello spettro autistico e una comunicazione verbale molto limitata. Mentre i compagni si siedono e tirano fuori i quaderni, Sara sistema sulla cattedra di Luca la sua tabella con i simboli della giornata: matematica, intervallo, italiano, mensa. Luca la guarda, indica il simbolo della matematica, e Sara annuisce. La giornata è cominciata, e Luca sa cosa lo aspetta.

Eppure, se chiedete ai genitori degli altri alunni chi sia Sara, molti diranno “l’assistente”. Se chiedete al personale ATA, risponderanno “quella che sta con il ragazzo”. Se chiedete a qualche collega meno informato, sentirete “una specie di sostegno”. Nessuna di queste risposte è corretta. L’assistente all’autonomia e alla comunicazione è una figura professionale con un profilo preciso, una base normativa chiara, e un ruolo che non coincide con nessun altro. Eppure è forse la figura meno conosciuta e più fraintesa del mondo scolastico.

Questo articolo racconta chi è, cosa fa, cosa non fa, e soprattutto come costruire con lei — o con lui — una collaborazione che faccia davvero la differenza.

Chi è l’assistente all’autonomia e alla comunicazione

La base normativa

La figura dell’assistente all’autonomia e alla comunicazione nasce dall’articolo 13, comma 3, della legge 104/1992, che prevede l’obbligo per gli enti locali di fornire “l’assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici o sensoriali”. Il D.Lgs. 66/2017 ha rafforzato questo ruolo, inserendolo nel più ampio sistema dell’inclusione scolastica e collegandolo esplicitamente al PEI e al Gruppo di Lavoro Operativo (GLO).

In sintesi: l’assistente all’autonomia e alla comunicazione (spesso abbreviato in ASACOM) è un professionista inviato dall’ente locale — Comune per la scuola dell’infanzia e primaria, Provincia o Città metropolitana per la secondaria — che lavora a scuola a fianco dell’alunno con disabilità per favorirne l’autonomia personale, la comunicazione e la partecipazione alla vita scolastica.

Non è un dipendente della scuola: è un dipendente dell’ente locale o, più spesso, di una cooperativa sociale che ha in appalto il servizio. Questo dettaglio organizzativo ha conseguenze pratiche importanti: l’assistente risponde a un datore di lavoro diverso dalla scuola, ha un contratto diverso, orari diversi, e spesso una formazione diversa.

La formazione

Non esiste un percorso di formazione unico e nazionale. In alcune regioni sono stati istituiti corsi specifici (la qualifica ASACOM in Sicilia, ad esempio, è un percorso regionale riconosciuto); in altre, la formazione è lasciata alle cooperative o alla buona volontà del singolo professionista. In generale, gli assistenti hanno una formazione nell’ambito educativo — educatori professionali, laureati in scienze dell’educazione, diplomati con esperienza — e spesso competenze specifiche in comunicazione aumentativa alternativa, LIS (Lingua dei Segni Italiana), o tecnologie assistive.

Cosa fa l’assistente: non didattica, ma molto di più

La distinzione fondamentale è questa: l’insegnante di sostegno fa didattica, l’assistente all’autonomia fa tutto il resto che serve perché quella didattica funzioni.

Comunicazione

Per un alunno con disabilità sensoriale — sordità, ipovisione — l’assistente è il ponte linguistico: traduce in LIS, descrive le immagini proiettate, adatta i materiali in Braille o in formato ingrandito. Per un alunno con autismo o con disabilità intellettiva che non usa la comunicazione verbale, l’assistente gestisce il sistema di CAA: tabelle a tema, quaderni di comunicazione, app su tablet come Niki Talk o Snap+Core First. Per Luca, quello della scena iniziale, Sara è la persona che rende possibile dire “ho sete”, “non capisco”, “voglio uscire” — e quindi esistere nello spazio della classe.

Autonomia personale

L’assistente accompagna l’alunno nella gestione delle autonomie che la scuola richiede: andare in bagno, mangiare alla mensa, spostarsi tra le aule, gestire il materiale scolastico, vestirsi e svestirsi per l’educazione motoria. Non lo fa al posto suo: lo aiuta a farlo da solo, con un approccio che somiglia alla Task Analysis — scomporre il compito in passi, insegnare un passo alla volta, ridurre gradualmente l’aiuto. L’obiettivo non è l’assistenza permanente, ma la conquista progressiva di autonomie che resteranno per la vita.

Socializzazione

L’assistente facilita le interazioni con i compagni: aiuta l’alunno a entrare nei giochi, a partecipare ai lavori di gruppo, a gestire i conflitti. È un mediatore sociale, che traduce i comportamenti dell’alunno per i compagni e i comportamenti dei compagni per l’alunno. Quando funziona, dopo qualche mese i compagni non hanno più bisogno del mediatore: hanno imparato a comunicare direttamente, a includere senza che qualcuno glielo chieda.

Supporto educativo (non didattico)

L’assistente non spiega la lezione e non corregge i compiti. Ma può preparare materiali adattati sotto la supervisione dell’insegnante, aiutare l’alunno a organizzare il lavoro, sostenere l’attenzione durante le attività, gestire i momenti di crisi comportamentale. Il confine tra “educativo” e “didattico” è sottile, e nella pratica quotidiana si sfuma continuamente. La chiave è la consapevolezza: sapere dove finisce il proprio ruolo e dove inizia quello dell’altro.

La differenza con l’insegnante di sostegno

È la domanda che tutti fanno e pochi sanno rispondere con precisione. Proviamo a metterla in una tabella mentale.

L’insegnante di sostegno è un docente, assunto dal Ministero dell’Istruzione, con abilitazione all’insegnamento e specializzazione sul sostegno. Fa parte del Consiglio di classe, partecipa alla valutazione, progetta la didattica per l’alunno con disabilità — ma è contitolare della classe intera. Il suo strumento principale è il PEI, nella parte che riguarda gli obiettivi di apprendimento. Per chi è al primo incarico, capire dove finisce il proprio ruolo può essere particolarmente complesso.

L’assistente all’autonomia non è un docente. Non fa parte del Consiglio di classe (anche se dovrebbe essere invitato quando si parla dell’alunno). Non valuta. Non progetta la didattica. Ma partecipa alla stesura del PEI, nella parte che riguarda gli obiettivi di autonomia e comunicazione, e lavora in classe per un numero di ore che può essere uguale o superiore a quello del sostegno.

La differenza si riassume in una frase: il sostegno insegna, l’assistente rende possibile imparare. Senza l’assistente, molti alunni con disabilità non potrebbero nemmeno stare in classe — non perché non ne abbiano diritto, ma perché non avrebbero gli strumenti per comunicare, per muoversi, per gestire i bisogni primari.

Il triangolo che funziona (e quello che non funziona)

L’inclusione a scuola si regge su un triangolo: insegnante curricolare, insegnante di sostegno, assistente all’autonomia. Quando il triangolo funziona, ciascuno sa cosa fare, comunica con gli altri, e l’alunno è al centro di un progetto coerente. Quando non funziona, l’alunno è al centro di una confusione di ruoli che lo danneggia.

Il triangolo che funziona

L’insegnante curricolare pianifica la lezione tenendo conto dell’alunno con disabilità. L’insegnante di sostegno adatta i materiali e le attività. L’assistente prepara gli strumenti di comunicazione necessari, gestisce le autonomie, facilita la partecipazione. Prima della lezione, i tre si parlano — anche solo cinque minuti — per coordinare gli interventi. Durante la lezione, ciascuno sa dove stare e cosa fare. Dopo la lezione, condividono le osservazioni.

Un esempio concreto: la classe studia la Divina Commedia. L’insegnante curricolare legge il canto V dell’Inferno. L’insegnante di sostegno ha preparato una versione semplificata con immagini e glossario. L’assistente ha preparato i simboli CAA per i personaggi — Paolo, Francesca, Minosse — e durante la lettura li indica sulla tabella di Luca, che può seguire la storia e rispondere alle domande dell’insegnante indicando il simbolo giusto. Alla fine della lezione, Luca sa chi sono Paolo e Francesca e cosa è successo loro. Ha partecipato alla stessa lezione dei compagni, con strumenti diversi.

Il triangolo che non funziona

L’insegnante curricolare fa lezione come se l’alunno con disabilità non ci fosse. L’insegnante di sostegno si porta l’alunno in corridoio a fare “altro”. L’assistente aspetta che qualcuno le dica cosa fare, oppure si sostituisce al sostegno e fa didattica, oppure si limita all’accompagnamento fisico. Nessuno si parla, nessuno coordina, e l’alunno riceve tre messaggi diversi da tre adulti che non si sono mai confrontati.

Il rischio più frequente è la delega: “c’è l’assistente, ci pensa lei”. Oppure la sovrapposizione: sostegno e assistente fanno la stessa cosa, e nessuno dei due fa ciò che dovrebbe fare. Il PEI è lo strumento che previene entrambi i rischi, a patto che sia scritto davvero insieme e che contenga una sezione chiara su chi fa cosa.

Come costruire una collaborazione efficace

Conoscersi prima di iniziare

Il primo giorno di scuola è troppo tardi per conoscersi. Se possibile, l’insegnante di sostegno e l’assistente dovrebbero incontrarsi prima dell’inizio delle lezioni — anche solo una volta — per condividere le informazioni sull’alunno, definire le modalità di lavoro, chiarire i ruoli. Se l’assistente lavora con l’alunno da anni e l’insegnante di sostegno è nuovo, l’assistente è una fonte preziosa di informazioni: sa cosa funziona, cosa scatena le crisi, come comunicare in modo efficace.

Scrivere il PEI insieme

Il D.Lgs. 66/2017 prevede che l’assistente partecipi al GLO (Gruppo di Lavoro Operativo) e contribuisca alla stesura del PEI. Non come ospite, ma come membro a pieno titolo, per la parte che riguarda autonomia e comunicazione. Se il PEI è scritto solo dall’insegnante di sostegno, senza il contributo dell’assistente, sarà un documento incompleto — e probabilmente inapplicabile.

Comunicare ogni giorno

Non servono riunioni formali: bastano cinque minuti alla fine della giornata, un quaderno condiviso, un messaggio su un gruppo dedicato. “Oggi Luca ha usato per la prima volta il simbolo per chiedere aiuto.” “Alla mensa ha mangiato da solo con il cucchiaio.” “Durante l’intervallo ha giocato con Marco e Sofia.” Queste informazioni, se condivise, diventano dati. Se restano nella testa dell’assistente, si perdono.

Rispettare i confini senza costruire muri

L’assistente non fa didattica, ma può suggerire strategie che conosce meglio dell’insegnante — ad esempio, come usare i simboli CAA durante una spiegazione, o come strutturare l’ambiente per ridurre le stimolazioni sensoriali. L’insegnante di sostegno non gestisce le autonomie, ma può osservare e segnalare progressi o difficoltà. Il confine c’è, ed è importante, ma non deve diventare un muro: deve essere una soglia che si attraversa con consapevolezza e rispetto reciproco.

I problemi strutturali (che non dipendono da voi)

Sarebbe disonesto parlare di collaborazione senza parlare dei problemi che la rendono difficile a prescindere dalla buona volontà.

Le ore sono poche. In molte realtà, l’assistente è presente per poche ore alla settimana — a volte meno del sostegno. Per un alunno con bisogni comunicativi complessi, cinque ore settimanali di assistenza sono insufficienti.

La continuità è fragile. Ogni anno l’appalto può cambiare, e con esso l’assistente. L’alunno perde un punto di riferimento, il nuovo assistente deve ricominciare da zero, le competenze acquisite rischiano di perdersi. È un problema analogo a quello del sostegno, ma ancora più grave, perché l’assistente costruisce una relazione di fiducia fisica — tocca, accompagna, è presente nei momenti più intimi della giornata.

Il riconoscimento è insufficiente. Gli assistenti sono spesso pagati poco, con contratti precari, senza un inquadramento professionale chiaro. Questo si traduce in un turnover elevato e in una difficoltà a trattenere i professionisti più competenti.

La formazione è disomogenea. Alcuni assistenti hanno una preparazione eccellente; altri arrivano in classe senza conoscere la CAA, la LIS, o le basi dell’approccio educativo strutturato. La scuola non può scegliere chi le viene assegnato.

Questi problemi non si risolvono a livello di singola classe. Ma conoscerli aiuta a capire perché la collaborazione a volte non funziona, e a non attribuire a persone ciò che dipende da un sistema.

Quando l’assistente c’è, si vede

Torniamo in quella seconda media di ottobre. Sono le dodici, è l’ora della mensa. Sara accompagna Luca al bagno, lo aiuta a lavarsi le mani — ma solo le parti che lui non riesce a lavare da solo, perché il dorso ormai lo fa. In mensa, Luca si siede al suo posto, prende il vassoio, sceglie tra due opzioni indicando la foto sul menù visivo che Sara ha preparato a inizio anno. Mangia con la forchetta, un’abilità conquistata in mesi di lavoro paziente. Quando finisce, porta il vassoio al carrello — e Sara non si alza: resta seduta, lo guarda, pronta a intervenire se serve ma convinta che non servirà. E non serve.

Nel pomeriggio, durante l’ora di arte, Luca dipinge con i compagni. L’insegnante curricolare ha proposto un lavoro sulle emozioni: dipingere un volto che esprime qualcosa. Sara ha preparato per Luca quattro immagini di emozioni — gioia, tristezza, rabbia, paura — e Luca ne ha scelta una. Dipinge con le dita, il suo modo preferito. Quando ha finito, Sara gli chiede con i simboli: “Come si sente questo volto?”. Luca indica il simbolo della gioia. Il volto che ha dipinto è un cerchio con due punti e una linea curva. È la cosa più bella della giornata, e nessuno l’ha insegnata: è uscita da Luca, perché qualcuno gli ha dato gli strumenti per farla uscire.

L’assistente all’autonomia e alla comunicazione è quel qualcuno. Non insegna, non valuta, non fa didattica. Fa qualcosa di diverso e di altrettanto essenziale: rende possibile la partecipazione. E la partecipazione, per un alunno con disabilità, non è un lusso: è un diritto. Un diritto che si concretizza ogni giorno, un pittogramma alla volta, un passo alla volta, un cucchiaio alla volta — con la pazienza e la competenza di chi sa che l’autonomia non si regala, si costruisce.

A chi fa questo lavoro, spesso in silenzio e con poco riconoscimento: grazie. La scuola inclusiva non esisterebbe senza di voi.

FAQ

Domande frequenti

Qual è la differenza tra insegnante di sostegno e assistente all'autonomia e comunicazione?

L'insegnante di sostegno è un docente del Ministero che fa didattica, valuta e partecipa al Consiglio di classe. L'assistente all'autonomia (ASACOM) è inviato dall'ente locale e lavora su comunicazione, autonomia personale e socializzazione. In sintesi: il sostegno insegna, l'assistente rende possibile imparare.

Chi paga l'assistente all'autonomia e alla comunicazione?

L'ASACOM è finanziato dall'ente locale: il Comune per la scuola dell'infanzia e primaria, la Provincia o Città metropolitana per la secondaria. Di solito è dipendente di una cooperativa sociale che ha in appalto il servizio, non della scuola.

L'assistente all'autonomia partecipa al GLO e alla stesura del PEI?

Sì. Il decreto legislativo 66/2017 prevede che l'assistente partecipi al GLO come membro a pieno titolo e contribuisca alla stesura del PEI nella parte relativa agli obiettivi di autonomia e comunicazione.

Cosa fa concretamente l'assistente all'autonomia in classe?

Gestisce il sistema di comunicazione aumentativa (tabelle, app, simboli), accompagna l'alunno nelle autonomie personali (bagno, mensa, spostamenti), facilita le interazioni con i compagni e prepara materiali adattati sotto la supervisione dell'insegnante.

Newsletter

Non perderti i prossimi articoli

Strategie e strumenti per l'inclusione, nella tua email.

Zero spam. Cancellati quando vuoi.