Inclusione scolastica: cosa significa davvero (e cosa serve in classe)
Inclusione scolastica non è uno slogan: cosa dice la legge, i numeri del 2026, gli equivoci più diffusi e gli strumenti che funzionano in una classe reale.
In sintesi
- L’inclusione scolastica riprogetta il contesto perche tutti possano partecipare, non chiede all’alunno di adattarsi.
- In una classe italiana, circa uno studente su otto ha una certificazione o un bisogno educativo riconosciuto.
- L’insegnante di sostegno e contitolare della classe, non l’insegnante di un singolo alunno.
- Le tre leve concrete: progettazione universale, strumenti sullo stesso banco e attivita che rendano visibile il pensiero.
L’inclusione scolastica significa che il sistema si adatta a ogni studente — non il contrario. Si distingue dall’integrazione (che chiedeva all’alunno di adattarsi alla classe) perché riprogetta il contesto, i materiali e le pratiche perché tutti possano partecipare. In Italia è garantita dalla legge 104/1992, dal D.Lgs. 66/2017 e si applica a circa il 10% degli studenti con certificazione o bisogno educativo riconosciuto.
Lunedì mattina, seconda ora, una classe seconda di secondaria di primo grado. Ventitré alunni. Due hanno una certificazione ai sensi della legge 104, uno ha una diagnosi di dislessia arrivata a giugno, una ragazza è in Italia da sette mesi e capisce molto più di quanto riesca a dire. L’argomento del giorno è il primo canto dell’Inferno. Chi insegna sa che questa non è una classe “difficile”: è una classe normale. E sa anche che la parola inclusione scolastica, a furia di essere ripetuta nei documenti, nei convegni e nelle circolari, rischia di non voler dire più niente proprio nel momento in cui serve di più, cioè quando bisogna decidere cosa fare nei prossimi cinquanta minuti.
Questo articolo prova a rimettere la parola al suo posto. Cosa significa davvero inclusione scolastica, cosa la distingue dall’integrazione, quali numeri descrivono la scuola italiana del 2026 e, soprattutto, cosa serve concretamente a un’insegnante perché l’inclusione smetta di essere un principio e diventi una pratica.
Dall’integrazione all’inclusione: perché le parole contano
L’Italia ha una storia particolare, e vale la pena ricordarla, perché spiega molte cose. Nel 1977 la legge 517/1977 abolì le classi differenziali e stabilì che gli alunni con disabilità dovessero frequentare le classi comuni. Fu una scelta radicale, quasi unica in Europa, e ancora oggi il nostro sistema non prevede scuole speciali. La legge 104/1992 diede poi a quel principio un’impalcatura stabile: il diritto all’educazione, la figura dell’insegnante di sostegno, il piano educativo individualizzato.
Per vent’anni la parola d’ordine è stata “integrazione”. Il termine non è sbagliato, ma descrive un movimento preciso: c’è un contesto già dato, la classe, e c’è qualcuno che deve entrarci e adattarsi. L’inclusione ribalta la direzione. Non è l’alunno che si adatta alla classe: è il contesto che viene progettato perché tutti possano viverlo a parità di condizioni. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006, ratificata dall’Italia con la legge 18 del 2009, parla esattamente di questo all’articolo 24, quando riconosce il diritto all’istruzione “senza discriminazioni e su base di pari opportunità” all’interno di un sistema inclusivo.
Il D.Lgs. 66/2017, integrato dal D.Lgs. 96/2019, ha tradotto quella visione in strumenti concreti: il profilo di funzionamento su base ICF, il GLO come luogo di decisione condivisa, il PEI come progetto e non come modulo. Se leggete un PEI recente, trovate sezioni intere dedicate al “contesto” e ai “facilitatori”. Non è burocrazia: è l’idea che una barriera non stia nella persona ma nell’incontro tra la persona e un ambiente che non è stato pensato per lei. Una scala è una barriera solo per chi non può salirla. Un testo di quaranta righe senza immagini è una barriera solo per chi non riesce a leggerlo.
I numeri del 2026: nessuna classe è “media”
Chi pensa all’inclusione come a un’eccezione dovrebbe guardare i dati. Secondo il rapporto ISTAT pubblicato a maggio 2026, nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane sono quasi 377 mila, circa 18 mila in più rispetto all’anno precedente. Nel 2023/2024 rappresentavano il 4,5% degli iscritti, con un incremento del 26% rispetto al 2018/2019. Gli insegnanti di sostegno sono oltre 261 mila, e ogni alunno con disabilità riceve in media 15,8 ore di sostegno a settimana, che scendono però a 13,6 nella scuola secondaria.
A questi si aggiungono gli alunni con un disturbo specifico dell’apprendimento certificato ai sensi della legge 170/2010: secondo i focus del Ministero dell’Istruzione e del Merito sono più di 300 mila, intorno al 5% della popolazione scolastica considerata. E poi ci sono gli altri bisogni educativi speciali riconosciuti dai consigli di classe — svantaggio linguistico, socio-economico, disturbi evolutivi non certificati — che non hanno un’anagrafe nazionale ma che ogni insegnante conosce per nome.
Fate la somma e arrivate a una conclusione semplice: in una classe italiana, tra i due e i tre alunni hanno oggi una certificazione o un bisogno educativo riconosciuto, quasi uno su otto. Lo “studente medio” per cui sono stati scritti la maggior parte dei manuali non siede in nessun banco. La didattica inclusiva non è quindi un supplemento da attivare quando arriva “il caso”: è la condizione ordinaria dell’insegnare. Per capire meglio le differenze tra le diverse certificazioni, trovate la guida su DSA, BES e disabilità e le definizioni rapide nel glossario.
Cosa non è inclusione: cinque equivoci che resistono
Prima di dire cosa serve, conviene togliere di mezzo cinque idee sbagliate che continuano a circolare, anche in buona fede.
Il primo equivoco è che l’insegnante di sostegno sia “l’insegnante di quel bambino”. La legge 104, all’articolo 13, lo dice con chiarezza: il docente di sostegno è contitolare della classe. Il sostegno è alla classe, non a una persona. Quando l’insegnante di sostegno diventa l’unico adulto che si occupa dell’alunno con disabilità, e i colleghi curricolari si sentono sollevati dal problema, l’integrazione è avvenuta ma l’inclusione è fallita.
Il secondo è che semplificare significhi banalizzare. Adattare un testo non è ridurlo a un riassunto da tre righe. È scegliere le parole, accorciare le frasi, esplicitare i soggetti, aggiungere immagini e organizzatori anticipati, e conservare intatto il nucleo emotivo e narrativo. Un Ugolino semplificato che non fa venire i brividi non è semplificato: è svuotato.
Il terzo è che i materiali “separati” siano la soluzione. La scheda fatta apposta, diversa da quella dei compagni, distribuita a bassa voce: ogni volta che accade, l’alunno riceve un messaggio più forte di qualsiasi contenuto. Il materiale inclusivo è quello che può stare sullo stesso banco di tutti, con livelli di accesso diversi.
Il quarto è che l’inclusione sia una questione di buon cuore. La sensibilità serve, ma non basta. Servono competenze, tempo di progettazione e strumenti che qualcuno abbia già collaudato. Chiedere agli insegnanti di “farcela con la passione” è il modo più sicuro per bruciarli.
Il quinto è che riguardi solo chi ha un certificato. Le strategie che funzionano per l’alunno con disabilità intellettiva — anticipare, mostrare, far fare, far raccontare — funzionano per tutti. Non è un caso che i libri in simboli nati per bambini con bisogni comunicativi complessi siano finiti spontaneamente nelle case e nelle scuole dell’infanzia di tutti.
Cosa serve davvero: tre leve concrete
Se l’inclusione è una caratteristica del contesto, allora il lavoro dell’insegnante è progettare il contesto. Tre leve, nella nostra esperienza, fanno la differenza più di qualsiasi altra.
Progettare la lezione per tutti, prima
L’Universal Design for Learning, elaborato dal CAST e ormai citato anche nei corsi di formazione del Ministero, propone di offrire fin dall’inizio più modi di rappresentare un contenuto (testo, audio, immagini, simboli, mappa), più modi di dimostrare di averlo capito (scrivere, raccontare, costruire, disegnare) e più ragioni per impegnarsi (scelta, rilevanza, cooperazione). Non significa preparare tre versioni di ogni lezione. Significa costruire la lezione con opzioni incorporate, così che l’adattamento individuale diventi l’eccezione e non la regola serale delle ventitré.
Strumenti che stanno nello stesso banco
Una classe che affronta l’Inferno ha bisogno di un solo Inferno, con tre porte d’ingresso: il testo originale per chi lo regge, una versione semplificata con mappa a colori e glossario per chi ha una disabilità o è arrivato in Italia da poco, l’audio e gli organizzatori visivi per chi ha una dislessia. Lo stesso vale per il Purgatorio e il Paradiso. Se lo strumento è pensato così fin dall’origine, l’insegnante di sostegno non deve ricostruire da zero ogni sera il lavoro del collega. È il criterio con cui scegliamo cosa pubblicare: prima di arrivare in classe, ogni testo deve essere già stato in classe.
Rendere visibile il pensiero
Molti alunni con bisogni educativi speciali capiscono più di quanto riescano a dire e sanno più di quanto riescano a scrivere. Le attività di manipolazione — ricostruire una storia muovendo personaggi su uno scenario, sequenziare eventi, raccontare a voce quello che si è costruito — rendono visibili processi che una verifica scritta nasconde. E danno all’insegnante qualcosa da osservare: non solo cosa lo studente ricorda, ma come collega cause ed effetti, come organizza, dove si inceppa. È lì, in quel punto preciso, che l’insegnamento può agire.
Da dove cominciare, quest’anno
Chi legge questo articolo a settembre ha davanti un anno intero. Cinque azioni, in ordine di priorità.
- Leggere i fascicoli prima di conoscere gli alunni, e poi dimenticarli per una settimana. La diagnosi dice cosa manca; l’osservazione dice cosa c’è. Servono entrambe, in quest’ordine.
- Sedersi con i colleghi curricolari prima del GLO. Il PEI scritto da una persona sola è un documento; scritto insieme è un progetto. La nostra guida al PEI spiega come.
- Scegliere un argomento del programma e progettarlo in modo universale, con tre livelli di accesso. Uno solo. Poi un altro.
- Coinvolgere i compagni. Il tutoraggio tra pari e il lavoro cooperativo sono le strategie inclusive con più evidenze e meno costo. Un compagno che rilegge un passaggio, che tiene il tempo, che verifica una sequenza di eventi, impara due volte; e l’alunno con difficoltà riceve un aiuto che non ha il sapore dell’assistenza.
- Dotarsi di strumenti collaudati invece di produrre schede a ciclo continuo. Un buon testo semplificato, un libro in simboli, un kit manipolativo valgono più di cento fotocopie, perché sono stati già corretti dagli errori di qualcun altro e liberano tempo per l’unica cosa che nessuno strumento può fare al posto vostro: osservare lo studente che avete davanti. Per la letteratura trovate la Divina Commedia semplificata in tre volumi; per la filosofia del triennio, Ragioniamo con i Filosofi.
L’inclusione è un passo alla volta
Il rischio della parola “inclusione” è che descriva un traguardo così grande da sembrare irraggiungibile. In realtà si compone di gesti piccoli e ripetibili: un testo che si può leggere, un compito che si può fare con un aiuto oggi e da soli domani, un compagno che spiega, un insegnante che osserva invece di sostituirsi. Ogni abilità al suo prossimo passo, come diciamo noi. Non è uno slogan: è un metodo di lavoro, e comincia lunedì mattina alla seconda ora.



Tre volumi con mappa a colori, glossario, immagini ed esercizi: l'intero viaggio di Dante accessibile a tutti.
Inferno · Purgatorio · Paradiso
Cercate materiali pensati per stare sullo stesso banco di tutta la classe? Richiedete il catalogo NextAbility per la vostra scuola: vi scriviamo con i formati disponibili, i prezzi riservati agli istituti e la possibilità di un incontro con il nostro comitato editoriale. Scopri i nostri libri → · Richiedi il catalogo →
Domande frequenti
Qual è la differenza tra integrazione e inclusione scolastica?
L'integrazione chiede all'alunno di adattarsi alla classe. L'inclusione ribalta la direzione: è il contesto che viene progettato perché tutti possano viverlo a parità di condizioni. La Convenzione ONU del 2006 e il decreto legislativo 66/2017 si fondano sul principio inclusivo.
Quanti alunni con BES ci sono nelle scuole italiane?
Secondo il rapporto ISTAT 2026, ci sono quasi 377 mila alunni con disabilità (circa il 4,5% degli iscritti) e oltre 300 mila con DSA certificati (circa il 5%). In una classe italiana, tra i due e i tre alunni hanno una certificazione o un bisogno educativo riconosciuto.
Quali sono i principali equivoci sull'inclusione scolastica?
I cinque equivoci più diffusi: che l'insegnante di sostegno sia 'l'insegnante di quel bambino' (per legge è contitolare della classe), che semplificare significhi banalizzare, che i materiali separati siano la soluzione, che l'inclusione sia solo questione di buon cuore, e che riguardi solo chi ha un certificato.
Non perderti i prossimi articoli
Strategie e strumenti per l'inclusione, nella tua email.