Agnès Picot — Redazione NextAbilityAggiornato:

Metodo di studio per studenti con DSA: le tecniche che funzionano davvero

Metodo di studio con i DSA: tecniche di lettura, schematizzazione, ripasso, metacognizione e gli errori da evitare. Per insegnanti e genitori.

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Illustrazione: Metodo di studio per studenti con DSA: le tecniche che funzionano davvero

In sintesi

  • Il problema non e la quantita di studio, ma il metodo: rileggere e sottolineare sono tra le tecniche meno efficaci.
  • Recupero attivo, ripasso distribuito e alternanza di argomenti sono le strategie con piu evidenze.
  • La metacognizione e la chiave: lo studente deve imparare a scegliere la strategia che funziona per lui.
  • La mappa costruita dallo studente e apprendimento; quella fatta dal genitore salva l’interrogazione ma sabota il metodo.

“Studia di più.” È il consiglio che uno studente con dislessia si sente ripetere per anni, e non funziona mai, per una ragione semplice: sta già studiando più degli altri. Tre ore su quattro pagine di storia, con il risultato di ricordare poco e odiare tutto. Il problema non è la quantità di sforzo. È il metodo, cioè l’insieme di strategie con cui quello sforzo viene speso. E il metodo di studio, in Italia, non lo insegna quasi nessuno.

L’Unione Europea considera “imparare a imparare” una delle competenze chiave per l’apprendimento permanente. I programmi ministeriali, però, non prevedono un percorso strutturato su come si studia: resta affidato all’iniziativa di singoli insegnanti, con il risultato che molti ragazzi arrivano alle superiori senza un metodo proprio e le famiglie ricorrono a ripetizioni costose che, spesso, insegnano il contenuto e non la strategia. Per uno studente con un disturbo specifico dell’apprendimento questa lacuna pesa il doppio, perché le strategie che gli altri improvvisano — rileggere, sottolineare, ripetere a pappagallo — sono proprio quelle che per lui funzionano meno.

Questo articolo descrive un metodo di studio per studenti con DSA in tre fasi, leggere, schematizzare, studiare, e spiega perché la vera chiave non sta in nessuna tecnica ma nella capacità di scegliere tra le tecniche: la metacognizione.

Metacognizione: la parola che cambia tutto

Cesare Cornoldi, che ha dedicato una vita di ricerca all’argomento, definisce la metacognizione come la conoscenza e il controllo che una persona ha dei propri processi cognitivi. In termini pratici significa che uno studente sa cosa sta facendo mentre studia, sa perché lo sta facendo e sa valutare se sta funzionando. Sono tre domande semplici: cosa sto facendo? come lo sto facendo? sta funzionando?

Sembra ovvio, e invece è raro. La maggior parte degli studenti, con o senza DSA, studia in modo automatico: apre il libro, legge, rilegge, chiude. Non ha mai provato a leggere in un modo diverso, non ha mai confrontato due strategie, non ha mai chiesto a se stesso quale delle due lo ha portato a ricordare di più. Lo studente con dislessia, che ha sperimentato tanti insuccessi, spesso ha smesso di farsi domande: ha concluso di “non essere portato”.

La metacognizione rovescia questa conclusione. Non esiste uno studente non portato per lo studio; esiste uno studente che non ha ancora trovato le strategie compatibili con il suo modo di funzionare. E le strategie si trovano in un solo modo: provandole, e riflettendo su cosa è successo. È per questo che un buon percorso sul metodo di studio alterna esercizi veri e propri a momenti di riflessione guidata — quelli che, nel nostro lavoro, chiamiamo “box della riflessione”: una pausa in cui lo studente descrive cosa ha fatto, quanto gli è costato e cosa ricorda.

Fase 1 — Leggere: tre modi di leggere un testo

La lettura non è una sola. Uno dei primi passi per costruire un metodo è scoprire che esistono almeno tre modi di leggere, con scopi diversi.

La lettura orientativa serve a capire di cosa parla il testo prima di leggerlo. Si guardano il titolo, i sottotitoli, le immagini, le parole in grassetto, le didascalie, l’ultima frase di ogni paragrafo. In cinque minuti lo studente ha una mappa mentale del capitolo e sa cosa aspettarsi. Per chi ha una dislessia è la fase più importante e la più saltata: senza orientamento, la lettura analitica è una marcia al buio.

La lettura selettiva serve a cercare una risposta precisa. Si parte da una domanda — quando è caduto l’Impero romano d’Occidente? chi guida Dante nell’Inferno? — e si scorre il testo fino a trovarla. È una lettura veloce, per parole chiave, e allena a non leggere tutto ogni volta.

La lettura analitica è quella completa, con evidenziazione e note a margine. Va fatta per ultima, quando lo studente sa già di cosa parla il testo e cosa cerca. Per chi ha una dislessia va accompagnata da uno strumento compensativo: l’audio, la sintesi vocale, la lettura in coppia con un compagno. E, quando esiste, da una versione del testo ad alta leggibilità o semplificata, che consente una prima lettura completa senza esaurire le energie.

L’esercizio metacognitivo, qui, è confrontare: dopo aver provato le tre letture sullo stesso testo, cosa ricordo di più? Quale mi è costata meno? Da quale conviene cominciare la prossima volta?

Fase 2 — Schematizzare: dalla pagina alla mappa (fatta dallo studente)

Le mappe sono lo strumento compensativo più citato nei PDP e il più frainteso. Una mappa costruita da altri e consegnata allo studente è un aiuto per esporre; una mappa costruita dallo studente è apprendimento. La differenza sta in quello che accade mentre la si fa: scegliere le parole chiave, decidere cosa dipende da cosa, tracciare una freccia, è già studiare.

Il percorso per arrivarci è graduale, e vale la pena rispettarlo. All’inizio la mappa la costruisce l’insegnante con lo studente, ad alta voce, spiegando ogni scelta. Poi la costruiscono insieme, con lo studente che propone e l’adulto che corregge. Poi la costruisce lo studente da solo, e l’adulto guarda. È lo stesso principio di ogni impalcatura: si toglie a mano a mano che la struttura regge. È ciò che Vygotskij chiamava zona di sviluppo prossimale: il passaggio dal fare con aiuto al fare da soli.

Alcune regole rendono le mappe utili anche a chi ha una dislessia. Poche parole per nodo, mai frasi. Un colore per ogni livello o per ogni famiglia di concetti. Immagini dove possibile, perché la memoria visiva spesso funziona meglio di quella verbale. Frecce con un’etichetta (“causa”, “porta a”, “è parte di”), perché un collegamento senza nome non spiega niente. E per la storia, la letteratura e le scienze, la linea del tempo o la sequenza di eventi come schema di base: prima, poi, infine.

Un caso concreto. Dopo aver letto il primo canto dell’Inferno in versione semplificata — disponibile anche per il Purgatorio e il Paradiso —, lo studente costruisce uno schema con tre colonne: dove siamo (la selva, la collina), chi incontriamo (le tre fiere, Virgilio), cosa succede (Dante si perde, prova a salire, viene fermato, trova una guida). Trenta parole, tre colori, una sequenza. Il giorno dopo, con quello schema davanti, espone il canto per cinque minuti. Ha studiato senza mai “ripetere”.

Fase 3 — Studiare e ripassare: le tecniche che la ricerca conferma

Sul ripasso la ricerca in psicologia cognitiva dice cose piuttosto chiare, e piuttosto controintuitive. Le tecniche che gli studenti usano di più — rileggere, sottolineare, riassumere — sono tra le meno efficaci. Le tecniche che funzionano meglio sono altre.

Il recupero attivo. Chiudere il libro e provare a ricordare: rispondere a domande, ricostruire lo schema a memoria, spiegare a qualcuno. Lo sforzo di recuperare l’informazione rafforza la memoria molto più della rilettura. Per lo studente con DSA, che spesso ha buone capacità orali, spiegare ad alta voce a un genitore o a un compagno è un metodo naturale.

Il ripasso distribuito. Tre sessioni da venti minuti in tre giorni valgono più di un’ora di fila la sera prima. Il tempo tra una sessione e l’altra fa dimenticare un po’, e ricordare di nuovo è ciò che consolida.

L’alternanza. Alternare argomenti o tipi di esercizio all’interno della stessa sessione, invece di fare venti esercizi uguali di seguito, rende lo studio più faticoso e più efficace.

Le domande prima del testo. Formulare tre domande a cui il capitolo dovrebbe rispondere, e poi leggerlo per trovarle, trasforma la lettura in una ricerca.

Qui la metacognizione torna decisiva. Nessuna di queste tecniche funziona per tutti allo stesso modo; lo studente deve provarle, misurare cosa ricorda dopo due giorni, e scegliere. È questa capacità di scelta, non la tecnica in sé, che chiamiamo metodo.

Il metodo giusto è quello che si sceglie: la logica del “librogame”

Chi ha frequentato la scuola negli anni Ottanta e Novanta ricorda i librogame: storie in cui il lettore era il protagonista e, al termine di ogni paragrafo, decideva dove andare. Non si leggevano dalla prima all’ultima pagina; si percorrevano.

È una struttura che si adatta sorprendentemente bene a un percorso sul metodo di studio. Lo studente prova una tecnica di lettura, verifica il risultato, e in base a quello viene indirizzato verso un altro esercizio: se ha funzionato, un passo più avanti; se non ha funzionato, un consolidamento o un’alternativa. Nessuno gli dice qual è il metodo giusto; lo scopre percorrendo strade diverse, e alla fine ha costruito il suo. Il formato interattivo abbassa la soglia d’ingresso — un ragazzo che rifiuterebbe un manuale accetta volentieri un gioco — e rende visibile il principio metacognitivo: ogni bivio è una domanda su cosa è successo.

È il modello a cui stiamo lavorando per il nostro libro interattivo sul metodo di studio, nato dall’esperienza di chi da oltre dieci anni forma insegnanti e studenti sul metodo metacognitivo. Ne parleremo presto in dettaglio; qui basta dire che l’idea di fondo è la stessa di tutto questo articolo: il metodo non si trasmette, si sceglie.

Cosa possono fare genitori e insegnanti (senza fare al posto suo)

Per chi accompagna uno studente con DSA nello studio, alcune indicazioni valgono più di altre.

Costruite una routine: stesso luogo, stessa fascia oraria, sessioni brevi con pause vere. Assicurate gli strumenti compensativi previsti dal PDP anche a casa: l’audio del capitolo, la sintesi vocale, la calcolatrice. Chiedete “come hai fatto?” invece di “hai finito?”: è la domanda metacognitiva per eccellenza, e abitua a riflettere sulla strategia. Non correggete tutto; scegliete un errore alla volta. Fate ripetere a voce, ma con lo schema davanti, non con il libro. E valorizzate la strategia riuscita più del voto: “hai usato la mappa e hai ricordato tutto” è un rinforzo che costruisce autonomia, “hai preso sette” no.

Soprattutto, non fate al posto suo. La mappa fatta dal genitore alle dieci di sera salva l’interrogazione di domani e sabota il metodo di dopodomani. L’obiettivo non è la verifica: è uno studente che, a diciotto anni, sa come si impara qualcosa da solo. È la competenza da cui dipendono tutte le altre.


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FAQ

Domande frequenti

Quali tecniche di studio funzionano davvero per gli studenti con DSA?

Le tecniche con più evidenze sono: il recupero attivo (chiudere il libro e provare a ricordare), il ripasso distribuito (tre sessioni brevi in tre giorni battono un'ora la sera prima), l'alternanza di argomenti, e la formulazione di domande prima di leggere. La rilettura e la sottolineatura sono tra le meno efficaci.

Come si insegna il metodo di studio a uno studente con DSA?

Si insegna attraverso la metacognizione: la capacità di riflettere su cosa si sta facendo e se funziona. Non esiste un metodo uguale per tutti: lo studente deve provare le diverse tecniche, confrontare i risultati, e costruire il proprio metodo.

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